racconti

Gustavo Il Mirabile

clown

Siediti al sole, abdica e sii re di te stesso.
(F.Pessoa)

 

 

Il 31 Dicembre 1899 non sarebbe stato un giorno come gli altri. E non per l’imminente arrivo del nuovo secolo, ma perché allo scoccare della mezzanotte avrebbe chiuso definitivamente l’antico e glorioso Circo Barni. L’ansia di modernità, il gusto per l’esotico e la smania di accantonare il passato, a mezzanotte e un minuto, avrebbero sgonfiato il tendone bianco e rosso che da più di cento anni divertiva e stupiva adulti e bambini.

Quando arrivò il circo in paese due ali di folla accolsero gli artisti tra grida di entusiasmo. Tra di loro un ragazzo: Gustavo. La natura non era stata benevola con lui: una gamba più corta, la testa più grande, un’intelligenza sottomessa alla forma e una sensibilità da sotterrare insieme alle aspirazioni di una vita migliore. Da bambino non aveva mai fatto caso alla sua diversità. L’essere diverso dai coetanei gli era servito per accrescere la sua vivacità: merito dei genitori e dei loro tentativi di nascondergli la verità il più a lungo possibile, specie in un’età in cui anche la più piccola piega è destinata a strapparsi in età adulta. Fu a scuola che le cose iniziarono a girare in senso inverso. I compagni gli affibbiarono fin da subito i nomignoli più offensivi. Gustavo non riusciva a difendersi, non gli avevano dato gli strumenti per poterlo fare al meglio, così, giorno dopo giorno, visse l’ingresso nel mondo degli adulti come una maledizione senza fine.
Ma per ogni maledizione esiste un incantesimo, e Gustavo trovò, nell’arrivo del circo in città, la soluzione dei suoi problemi.
Nascosto dietro i genitori rimase folgorato dai clown, dalla reazione che suscitavano nel pubblico. Tra gli spettatori notò anche i compagni che gli rendevano la vita impossibile: ridevano a crepapelle. Com’era possibile? I giullari che sfilavano per strada non erano molto diversi da lui, anche loro erano goffi e qualcuno, addirittura, aveva malformazioni simili alle sue. Andò al primo spettacolo previsto per la sera stessa. Al primo seguì il secondo; poi il terzo e così via, fino a diventare un assiduo frequentatore del circo. Lì e solo lì sarebbe potuto essere una persona diversa. L’occasione per entrare a farne parte gli venne offerta direttamente dal titolare, il signor Paride Barni.
Giravano strane voci su quell’uomo, voci che avevano superato anche i confini cittadini; si diceva che avesse stipulato un patto con il diavolo. In effetti qualcosa di strano in lui c’era: il suo fisico non risentiva dello scorrere degli anni. Si ricordavano di lui le vecchiette del paese, così i padri e i nonni; come minimo avrebbe dovuto avere novant’anni, eppure, non ne dimostrava neanche quaranta.
Ogni giorno gli artisti del circo, poche ore prima dell’inizio dello spettacolo, sfilavano in corteo per le vie principali del paese. I marciapiedi erano sempre pieni di curiosi: tutti volevano constatare con i loro occhi la veridicità delle leggende ascoltate da piccoli sul signor Barni. Ma lui, ben nascosto dietro le tendine scure della casa viaggiante in cui viveva e si spostava di città in città, si nascondeva dalla curiosità della gente.
Gustavo, approfittando della statura e delle sue forme, un giorno si buttò in mezzo alla strada mentre sfilavano i carri e si confuse tra i pagliacci del corteo senza che nessuno si accorgesse della sua presenza. Una ruota lo urtò, cadde a terra, ma era tale la gioia che non provò nessun dolore.
Buio.
Nessuno si accorse di lui, tranne uno: Paride Barni.

23 Dicembre 1899

– Come ti chiami, giovane?
– Gustavo.
– Bel nome. Come mai fra noi?
– Vorrei diventare un clown. Non pretendo di essere pagato, solo…
– Vuoi unirti a noi? Sei dei nostri! – lo interruppe Paride – Ti insegneremo tutto noi. Solo una cosa: l’ultimo dell’anno il circo chiuderà i battenti. Lo sapevi già?
– No. Perché?
– Il nuovo che avanza, piccolo mio, il nuovo che avanza.
– Ci penserò io! – rispose Gustavo saltellando su una gamba – Farò ridere tutti così tanto da impedire la chiusura!

Paride rise in maniera grossolana e, applaudito il piccolo uomo: – Hai talento ragazzo! Voglio farti un regalo. Vedi in fondo alla carrozza il drappo rosso? Spostalo, prendi il piccolo baule nascosto lì vicino e portalo quì.
Gustavo si girò e, dopo essersi guardato in giro con circospezione, ubbidì all’uomo e prese l’oggetto.
– Ora, chiudi gli occhi, esprimi un desiderio e poi apri la scatola.
Senza farsi troppe domande il giovane seguì passo dopo passo le indicazioni di Paride. Ebbe solo qualche secondo di indecisione di fronte al suo possibile desiderio. Ne aveva così tanti in mente che sceglierne uno solo appariva come un’impresa impossibile. Poi, d’un tratto, decise: diventare un ragazzo normale; era stato il suo primo desiderio sin da bambino, e non poteva esserci sogno migliore da realizzare.
Gustavo serrò le palpebre.
Pochi secondi, il buio si espande, le ossa si allungano, la testa si piega, un uomo allo specchio, l’età che avanza, un patto con l’inferno: una risata; la giovinezza alla porta. Pochi secondi e il nastro si riavvolge: un bimbo allo specchio, la deformità alleata, il corpo che cambia.
– Cos’è successo? – chiese intontito Gustavo.
– Hai realizzato il tuo sogno!
– Come?
– Abbi fiducia. Ci vuole tempo e tante risate, solo così il tuo sogno sarà realtà.
– Risate?
– Si, Gustavo. Per ogni risata che guadagnerai, una parte del tuo corpo cambierà. Anche a me, qualche anno fa, mi venne concessa la grazia di non invecchiare più. Ad una condizione: far divertire il mio pubblico.
– Quanti anni ha?
– Cento. Li dimostro secondo te?
– Forse. – rispose Gustavo prendendolo in giro.
Paride rise, poi, appoggiandogli una mano sulla spalla: – Ora andiamo, c’è molto da fare. Gustavo lo seguì e non si meravigliò tanto della gentilezza dell’uomo, né dell’evento magico a cui aveva assistito. Era un circo ed il tempo sembrava sospeso. Tutto era verosimile e magicamente realizzabile. Così si lasciò andare, e nelle ore successive fece di tutto per imparare le basi di quello che sarebbe stato il suo lavoro.
– Ti chiamerai Gustavo il Mirabile – gli annunciò Paride poche ore prima dello spettacolo serale – ed inizierai stasera stessa.
La serata fu un successo, e il nuovo pagliaccio attirò l’attenzione dei compaesani che, dietro il trucco, non riconobbero il giovane Gustavo, lo storpio. Per ogni risata un muscolo teso, un osso raddrizzato e lo sguardo compiaciuto di Paride, il cui corpo, pian piano, iniziava a curvarsi.

26 Dicembre 1899

Erano trascorsi solo tre giorni dal suo esordio circense, e già la fama di Gustavo aveva raggiunto i paesi vicini. La fila in biglietteria cominciava a formarsi molte ore prima dell’orario stabilito, e furono raddoppiati gli spettacoli per permettere alla folla di ammirare quel nuovo clown.
Una mattina, Paride chiese a Gustavo di raggiungerlo nella sua carrozza.
– E’ permesso? – esordì Gustavo affacciandosi dalla porta.
– Gustavo sei tu? – sussurrò nella penombra Paride.
– Si.
– Vieni più vicino, non ti vedo.
Gustavo si avvicinò e, nonostante fino a quel momento non si fosse mai meravigliato per quel che gli stava succedendo intorno, rimase sconcertato per l’invecchiamento così rapido del suo mentore.
– Ti sei guardato allo specchio in questi giorni? – gli chiese l’uomo.
– Non ancora.
– Voltati.
Uno specchio appoggiato malamente alla parete, un lenzuolo da rimuovere: della gamba più corta dell’altra, della gobba pronunciata e della testa troppo grande rimanevano solo vaghe tracce: Gustavo era un’altra persona.
– Figliolo, penso sia arrivato il momento di indossare della gommapiuma e fingere di più.
– In che senso, Paride.
– La gente deve ridere. Devi essere buffo a prima vista, prima ancora di aprire bocca, ed ora, tu, sei un ragazzo normale.
– Ma la gente ride delle mie battute.
– Gustavo, il pubblico ride di te, non con te! Imparalo in fretta e ubbidisci. Ne va del tuo sogno e del mio nome.

Avere un’immagine di sé ben sedimentata nel tempo rimanda all’inverosimile la realtà dei fatti. Anche se sbagliata, quell’immagine si specchierà ovunque, oscurando con facilità le fattezze reali. Gustavo si vedeva sempre lo stesso e, sebbene avesse notato la facilità con cui durante lo spettacolo riusciva a saltare o a piegarsi, gesti fino a pochi giorni prima impensabili, non aveva investigato per bene sul motivo di questo cambiamento.
Ubbidì. Paride il grande lo aveva trasformato da storpio deriso da tutti a pagliaccio di successo: gli doveva riconoscenza. Così indossò la gommapiuma, il costume di scena e andò alle prove.

27 Dicembre 1899

Al termine di ogni spettacolo il Signor Paride era solito concedere un’ora di riposo ai suoi artisti. Gustavo, che aveva rinunciato fino a quel momento a questa concessione, quella sera decise di farsi un giro per la città per bearsi dei frutti del suo successo. Dopo aver incassato per tanti anni la cattiveria dei paesani, voleva ora vederli marcire dall’invidia. Indossò così un abito che Paride gli aveva regalato e, roteando il bastone da passeggio, camminò senza sosta lungo il corso principale del paese.
“Buonasera”, “Salve”, “Come va?” ripeteva a chiunque incontrasse. Le persone lo guardavano, ricambiavano sorrisi formali e continuavano nel loro cammino chiedendosi chi fosse quel giovane così gentile.
– Possibile non mi riconosca nessuno? – si domandava Gustavo – devo fare qualcosa! – pensò.
Si diresse senza dubbi verso la casa della ragazza che corteggiava inutilmente da anni, l’unico essere umano che non aveva mai provato a ferirlo. Bussò alla portà; aprì lei.
– Prego? Gli disse sorpresa.
– Sono io, Gustavo.
La ragazza, con un’espressione seccata, gli chiuse la porta in faccia prima ancora che Gustavo potesse aggiungere qualcosa. Riprovò a bussare.
– La smette di importunarmi? Devo chiamare i miei?
– Per favore, – inserendo il piede tra la porta e il muro – sono io, Gustavo! Come fai a non riconoscermi?
– Senta, – rispose seccata la ragazza – che gusto ci prova a prendere in giro un ragazzo come Gustavo? Non è perfetto, lo so, ma rispetto a lei e ai suoi amici ha anima da vendere!
– Amici miei?
– Si, gente inutile! – sbattendogli di nuovo la porta in faccia.
A questo punto Gustavo si voltò e tornò al circo senza dire una parola, senza provare neanche un secondo a capire.
Raggiunse la carrozza di Paride e bussò alla porta: era aperta. Lui non c’era. Si sedette per aspettarlo quando, tra carte e libri abbandonati sulla scrivania, notò un diario aperto. Gli diede un’occhiata , e quel che lesse lo sconvolse.
Oggi ho trovato la mia salvezza. Pensavo fosse tutto finito, che il circo dovesse veramente chiudere, che io dovessi morire. Invece no. Mi salverà un ragazzino storpio del paese. Ero indeciso se coinvolgerlo nella maledizione, mi faceva troppa pena. Poi, dopo aver riconosciuto la disperazione nei suoi occhi, non ho potuto che venire incontro alla sua fame. Ci aiuteremo a vicenda.
Gustavo non era intelligente e né intuitivo, lo sapeva, e già dal primo momento in cui aveva messo piedi lì si sentiva confuso. Come avrebbe potuto salvarlo? Cosa voleva da lui quello sconosciuto? E pensare che credeva gli volesse bene.
La porta del carro si chiuse d’improvviso con forza: era Paride, più curvo che mai. Gustavo si nascose per bene e aspettò che il sonno gli desse l’occasione per scappare via. Non dovette attendere troppo. Appena il respiro di Paride si fece pesante sgattaiolò via.

Gustavo passò tutta la notte in strada. Prima era storpio, disprezzato da molti e amato da pochi. Ora? Ignorato da tutti e deriso da qualcuno per l’imperfezione ostentata. Nessuno sapeva chi fosse e non poteva neanche godere del suo successo inutile.
Non poteva fare altro che tornare indietro nel tempo, tornare ad essere il piccolo storpio.

Per compagnia, non per altro.

28 Dicembre 1899

Lo spettacolo serale del 28 dicembre 1899 fu un evento diverso dagli altri. Un incidente spiacevole sconvolse la platea e gran parte dei biglietti vennero rimborsati. Una trapezista, Elga, cadde rovinosamente durante un’acrobazia. Prima di essere portata in ospedale gli spettatori poterono assistere alla sua sofferenza senza filtri. Le grida della ragazza coprivano le urla degli spettatori. I bambini piangevano, gli adulti cercavano di coprire i loro occhi, ma nulla poteva impedire al dolore di fare breccia nella coscienza di chi assisteva.
La magia fratturata non ha cure, tapparne le falle implica maggiori danni.
Gustavo non era ancora entrato in scena. Il suo numero era il successivo. Immerso nei suoi pensieri non fece molto caso all’incidente. Notò, invece, uno strano fenomeno che accompagnò la caduta dell’acrobata. Al primo urlo, alla prima lacrima percepita, fu colpito da una forte fitta alle gambe e poi alla testa. Si mosse e si accorse di zoppicare in maniera vistosa.
La stessa cosa succedeva a Paride?
Si stava incamminando per curiosità verso il suo carrozzone, quando, da una finestrella, vide l’ombra svelta e agile di Paride che si muoveva. Gli sembrò più giovane dell’ultima volta in cui lo aveva incontrato.

Non poteva essere lui, quelle erano le movenze di un ragazzo.

Così si allontanò

29 Dicembre 1899

 Si avvicinava il grande spettacolo di fine secolo e, in via eccezionale, si decise di programmare un altro spettacolo al mattino. Il corpo di Gustavo cambiava minuto dopo minuto, risata dopo risata, così tanto da dover scappare velocemente al termine del suo numero.
La mattina del 29 dicembre, Gustavo si liberò in fretta dell’armatura di paglia che gli deformava la schiena e, senza pensarci due volte, decise di uscire.
Passeggiò per ore passando da tutti quei luoghi che aveva sempre evitato per paura di essere insultato. Si avvicinava alla gente scrutandone i volti con attenzione. Sperava che qualcuno lo fermasse, lo riconoscesse e gli rendesse merito per il talento mostrato; non ricevette altro che sorrisi di cortesia e un’indifferenza disarmante.
Stanco, e non certamente per lo sforzo fisico, si sedette al tavolino di un bar: ordinò del vino.
Bevve senza porsi limiti. D’un tratto, quando le palpebre cominciavano a pesare più del normale, si sedette di fronte a lui un uomo. Era un signore di mezza età, ben vestito ma con la barba incolta. Le occhiaie erano pronunciate e relegavano gli occhi al buio delle orbite.
Sei Gustavo lo storpio, vero? – gli chiese ordinando da bere.
Gustavo rimase stupito e, prima di rispondere, si passò una mano sulla gamba e poggiò per bene la schiena sulla spalliera della sedia. Chi era quell’uomo? Come aveva fatto a scoprirlo?
– Si, sei tu! – insistette – ne sono sicuro!
– Scusi, ma lei chi e?
– Non mi conosci. Eri troppo piccolo quando mi esibivo al circo Barni.
– E’ un artista?
– Il più grande.
– E come fa a conoscermi?
– Vedi altri storpi in paese? – ridendo sguaiatamente – non mi pare.
– Ma…
– Come faccio a sapere che sei tu? Puoi anche diventare un’altra persona, cambiare aspetto, ma gli occhi rimangono quelli; li avevo notati già dal primo spettacolo. E’ stato Paride, vero?
– A fare cosa?
– Non fare lo sciocco. Lo sai. Ti ha regalato il suo dono?
– Come fa a saperlo?
Alla sua domanda l’uomo abbassò la testa e, con voce ferma:
– Riconosco i frutti del diavolo.
– Cosa significa?
– Abbi pazienza, la notte é lunga.

A quel punto, dopo essersi guardato intorno, l’uomo sbottonò il cappotto molto lentamente. Poi, non guardando Gustavo in faccia, si strappò la camicia e gli mostrò il torace, o quel che ne rimaneva: al centro di un intreccio di mucose, vene, carne purulenta ed ossa consumate, pulsava il cuore. Non vi era traccia della pelle, dello sterno, di una qualsivoglia forma umana. La mostruosità della visione schiaffeggiò il buon senso di Gustavo, allontanandolo da qualsiasi reazione, da ogni possibile domanda.
– Sai chi mi ha ridotto così? – intervenne allargando le braccia – il grande Paride.
– Com’è possibile?
– Sono i frutti del suo dono.
Per Gustavo fu come essere investiti da una cascata rovente. Fece cenno all’uomo di proseguire.
– Lavoravo per lui. Ne ero un fedele servitore. Quando scoprì di essere stato da lui battezzato con il dono dell’orrore, scappai lontano, ed ecco cosa mi successe. Alla tua età avevo un desiderio: diventare celebre. Incontrai Paride durante un suo spettacolo e fu proprio lui ad invitarmi nella sua roulotte. Mi affascinò con parole e speranze concrete che io stesso non avevo mai considerato. Poi mi regalò il suo dono – così disse – con un unico vincolo: far divertire la gente. Lavorai nel circo per quasi un anno. Giorno dopo giorno le promesse di Paride si rivelarono reali: mi riconoscevano ormai tutti, arrivavano anche lettere da oltreoceano per richiedere la mia presenza in zone sperdute del nuovo mondo; non potevo camminare per strada senza incontrare qualcuno che mi chiedesse un autografo o un bacio. Dopo qualche tempo iniziai a stancarmi e comunicai a Paride che non avrei più lavorato con lui. Lo ringraziavo ma volevo tornare alla mia vita di prima. Non disse niente. Mi osservò severo e se ne andò.
– Quindi? Poi? Com’è potuto succedere tutto questo? – lo interruppe Gustavo indicando il torace sfondato.
– Mentre si allontanava disse a bassa voce “Sei parte di questo circo. Puoi scappare da me, da te, ma non dal Circo”. Io non capii e scappai fuori. Quella notte, mentre riempivo il mio baule, notai che alcuni inservienti stavano riparando un buco nel tendone. Li fissai per qualche secondo senza sapere neanche il motivo. Quando uno di loro strappò parte del tessuto colorato che rivestiva l’arena provai una fitta lancinante al petto. Mi sbottonai la camicia e notai che dal torace mi mancava un lembo di pelle. Non riuscivo a darmi una spiegazione logica: scappai veloce lasciando nel carro tutto quel che mi apparteneva. Corsi veloce, così tanto da non riuscire neanche a capire dove mi stessi dirigendo. Per la foga, ad un certo punto, caddi a terra e urtai, rompendola, ad un’asta che reggeva una bandiera con il simbolo del circo. Mentre mi rialzavo senza più fiato vidi che dalla frattura dell’asta fuoriusciva un fiume di sangue vivo che in pochi secondi mi circondò. Capisci ora figliolo?
– Ho solo paura.
– Il circo, in ogni suo elemento, è composto dalla pelle, dalle ossa, dalle vene di chi vi lavora. Tutti gli artisti che vedi, ogni singolo lavorante, sono schiavi inconsapevoli. Sappi che io non posso aiutarti, se non rivelandoti un segreto: il dono che ora tu possiedi non può essere rifiutato, diventeresti come me. Ma puoi provare a disubbidire stando al suo gioco, e vedere che succede. Tentar non nuoce.
– E come posso fare?
– Non lo so, – alzandosi in piedi – come puoi vedere, non lo so. Sappi solo che Paride teme più di ogni altra cosa al mondo che un suo spettacolo possa non concludersi. Il suo unico comandamento è che le sue serate si svolgano senza intoppi, dall’apertura alla chiusura del sipario.
E andò via senza dire altro, lasciando alle sue spalle una marea di dubbi alla deriva.
Gustavo tornò al circo. L’alba laminava d’oro i contorni del tendone. Perfino le gabbie degli animali apparivano come fossero gioielli. Dormivano tutti. Mentre si trascinava verso il suo carro Gustavo fece caso ad una ruota di bicicletta a cui mancavano dei raggi. La osservò per qualche secondo e ne spezzò uno.
Il sangue che uscì dal cerchione fu l’ultima immagine che vide prima di svenire.

30 Dicembre 1899

Furono i lamenti degli animali che venivano portati alle prove a svegliare Gustavo dal suo sonno profondo. Spalancò gli occhi e si rese conto che non era nella sua roulotte, ma in quella di Paride. Si sedette subito sul letto e si guardò intorno spaventato.
– Ti hanno portato quì stamattina; stavi dormendo a terra. – gli sussurrò una voce flebile– ti sei sentito male ieri?
Era Paride.
– Forse ieri sera hai bevuto troppo. Devi stare attento, domani è il grande giorno e tu non puoi mancare.
Gustavo rimase immobile, quasi pietrificato. Non disse nulla. Il corpo di Paride sembrava quello di un centenario. L’uomo gli offrì una tazza di caffè fumante con le mani tremanti e poi si allontanò. A quel punto, trascinando le gambe, si avvicinò ad una parete piena di dipinti e di foto.
– Sai chi sono? – chiese.
– No
– La mia Vita. – poi indicando un dipinto raffigurante una donna costretta in un busto grigio e con sulle gambe un gatto – Lei era mia madre; Lei è mia madre.
– Quand’è morta?
– Nel 1800. Lo ricordo come se fosse successo ieri – e, sospirando – la sento ancora vicina nonostante non sia ormai altro che polvere.
Gustavo non disse nulla. Svolgeva in quel momento – era evidente – la funzione di specchio: Paride parlava da solo. – Perché io? Perché mi ha voluto regalare il suo dono? – chiese Gustavo d’improvviso. – Perché no? – rispose prontamente Paride come se si aspettasse da un momento all’altro quella domanda.
– Non si risponde a una domanda con una domanda.
– Credi al diavolo?
– Non ci ho mai pensato seriamente.
– Allora te lo dico io: il diavolo esiste, e non ha le corna, la coda e il mantello. Il diavolo è un uomo come tanti, anzi, forse più anonimo degli altri. Non vuole la tua anima ma i tuoi sogni; li realizza e poi gusta il rimpianto per ciò che inevitabilmente si è perso.
– Che vuol dire?
– Per realizzare un sogno bisogna lasciare per strada parti di sé, e un sogno realizzato ne pretende un altro, e poi un altro ancora: il diavolo si nutre della fama. A venticinque anni avevo tutto, ma pretendevo sempre di più, sempre dell’altro. Desiderai ardentemente incontrarlo e lui mi si presentò davanti una notte di marzo per darmi senza problemi qualunque cosa io volessi. Dopo poco tempo però, lo cercai ancora e lui mi accontentò di nuovo, e poi ancora e ancora. Quando mi resi conto di aver esaurito anche il mio più piccolo desiderio, d’improvviso, presi coscienza di aver perso l’unica cosa di cui avevo bisogno.
– Lei è il Diavolo? –, chiese Gustavo col poco fiato rimasto in gola.
Paride rise. Si mise seduto e rispose: – no, no di certo.
– Allora perché ha fatto la stessa cosa con me? Perché ha regalato a me il suo dono?
– Perché ti ho visto diverso da me in tutto se non per la disperazione che ti si legge negli occhi.
Gustavo non era mai stato bravo a capire la gente. Spesso confondeva la realtà con la fantasia, ed era facile fargli credere una cosa per un’altra; era molto ingenuo. Lui stesso era consapevole di questo limite ma, in quel momento per chissà quale motivo, nella risposta di Paride riconobbe subito un velo di falsità, di malafede. Che gli avessero fatto aprire gli occhi le parole dell’uomo incontrato l’altra notte? Erano parole, certo, ma il sangue che aveva visto fuoriuscire dalla ruota era un fatto concreto, una prova da tenere in debita considerazione. Paride, in quegli istanti non desiderava altro che fuggire via il più lontano possibile.
– C’è qualcosa che non va? – chiese Paride notando il disagio del ragazzo – ti vedo strano.
– Nulla – rispose – anzi, forse sarebbe il caso di andare alle prove; è tardi.
– Vai pure, e mi raccomando, non farti troppe domande: la curiosità uccide. Lo sapevi?Gustavo rimase immobile. Gli si gelò il sangue nelle vene e, senza neanche girarsi, andò via come se nulla fosse. Riuscì a fingere alla perfezione il suo distacco, ma dopo qualche metro, si sentì cadere il mondo addosso.
Papà, mamma, giocare, il primo amore, l’affetto gratuito, la sostanza dei sogni: Gustavo non riusciva a capire come fosse stato possibile perdere tutto in così pochi giorni.
Iniziò a piangere senza freni.
Passava in quel momento dal deposito degli attrezzi. Non c’era nessuno, così, per non farsi vedere sconvolto dagli altri circensi, si sedette qualche minuto. Davanti agli occhi aveva un rastrello. Lo fissò e, forse per gli occhi rossi o probabilmente per l’angoscia del momento, gli sembrò si trasformasse in un braccio. Sgranò gli occhi, se li asciugò con la mano, guardò meglio: era vero. Tutti gli attrezzi, non solo il rastrello, sembravano oppressi da un calore estremo che, deformandoli, li trasformava in membra umane.
Di chi erano quegli arti? A quale orrore stava assistendo?

31 Dicembre 1899

 L’ultimo giorno del secolo iniziò come tutti gli altri giorni. Soltanto leggendo le prime pagine dei giornali si poteva percepire la vibrante attesa di un cambiamento epocale alle porte, quasi come se una diversa successione di numeri, un puro atto formale, potesse cambiare l’animo delle persone.
I lavoranti del Circo Barni allestirono il palco della sera. Tutti tranne Gustavo. Ancora sconvolto da quel che aveva visto la sera prima, tentava di convincersi fosse stato solo un sogno dovuto a qualche bicchiere di vino in più. Seduto in disparte osservava le prove ripensando a tutto quel che gli era successo in quella settimana. In soli sette giorni aveva creduto fosse finalmente arrivato il suo momento, l’occasione di riscatto nei confronti dei suoi concittadini. Il ragazzo deforme, l’oggetto di scherno aveva pensato di essere finalmente diventato un personaggio da ammirare, un artista. La fama che in pochi giorni lo aveva investito aveva superato ogni aspettativa, e sembravano lontani i momenti in cui doveva nascondersi per non essere preso di mira.
Ma chi lo avrebbe riconosciuto? Con chi avrebbe potuto gustare il riscatto? Era uno sconosciuto per tutti. Quando per strada salutava la gente non lo riconosceva nessuno. Per i paesani era un forestiero, un artista sì, ma in quanto circense nomade, un elemento da cui guardarsi le spalle. Gli era stato insegnato dai genitori a svolgere il proprio dovere sempre e comunque. Così, si fece forza, e raggiunse gli altri artisti. Non si risparmiò, fu brillante come sempre, e la soddisfazione di aver fatto un buon lavoro lo convinse ad andare a trovare i genitori.
Loro lo avrebbero riconosciuto subito, lo avrebbero aiutato a scappare da Paride; non aveva dubbi. Sarebbe stata la voce del sangue a svelare la sua vera natura, nonostante esteticamente non fosse più come l’ultima volta che lo avevano visto.
Si svestì della sua armatura e, indossato l’abito migliore, si diresse verso casa. La vista del cortile e del vialetto di cui conosceva ogni particolare allontanarono per magia ogni preoccupazione; era sicuro che l’incontro con la propria famiglia lo avrebbe aiutato a fare chiarezza nella sua testa. Pochi metri e la soluzione ai suoi problemi gli sarebbe stata servita su un piatto d’argento.
Era abitudine dei genitori nascondere una copia delle chiavi di casa dietro uno dei due alberelli che incorniciavano l’ingresso. Si diresse così verso il nascondiglio deciso a fare una sopresa ai genitori. Ma se neanche loro lo avessero riconosciuto? Come li avrebbe convinti di essere loro figlio? Decise di bussare.
– Si? – gli aprì la porta la madre.
– Mamma? – sussurrò timidamente Gustavo.
La donna rimase immobile, come se di fronte gli fosse apparso un fantasma. Lo guardò dalla testa ai piedi. Poi, con gli occhi lucidi:
– Perché mi fa questo? Perché? Chi è lei?
– Sono io mamma! Sono Gustavo.
– Mio figlio è morto una settimana fa. Cosa vuole da me? Non crede abbia sofferto abbastanza? – e, scappando con le mani sugli occhi, gli chiuse la porta in faccia.
Cosa stava succedendo? Lui era lì, vivo e vegeto. Il suo corpo era cambiato, questo lo sapeva, ma non pensava che anche il viso fosse irriconoscibile. Aveva messo in preventivo che la mamma non lo riconoscesse, ma cosa voleva dire con quelle parole? “Morto”?
Decise di insistere e bussò, bussò, fino a quando apparve alla porta il padre che, con un fucile in mano puntato sul suo viso, gli intimò di andare via subito.
– Papà, – provò a calmarlo dopo aver alzato le mani – sono io, Gustavo! Non mi riconosci?
– Lei è un mostro! L’ho visto con i miei occhi il corpo di mio figlio schiacciato da un carro di quel maledetto circo. Lei è uno di loro, vero? – stringendo con più forza l’arma che imbracciava.
– Quale ruota? Cosa dici papà? Non mi ha ucciso nessuno. Lavoro per il circo, ora.
– Vada via o chiamo le guardie! – indicandogli con la canna del fucile il vialetto.
Gustavo, impietrito, decise di non insistere. Si voltò e andò via.
Era più confuso che mai. Si incamminò verso il bar nel quale aveva incontrato la sera prima l’uomo che gli aveva svelato il segreto di Paride. Si sedette ad un tavolino. La gente cominciava a brindare per il nuovo anno alle porte. Lui si guardava in giro sperando di essere riconosciuto: nessuno lo degnava di uno sguardo.
Aspettò inutilmente almeno un’ora. Poi, sconsolato, si incamminò verso il circo: mancava poco all’ultimo spettacolo e lui ancora doveva prepararsi.
Vedeva già la sommità del tendone quando, non molto lontano da lì, vide l’uomo misterioso. Era al cimitero e osservava con attenzione una lapide. Gustavo provò ad attirare la sua attenzione, aveva bisogno di altre risposte. Non appena si mosse per andargli incontro, quell’essere sparì. Gustavo si guardò intorno, lo cercò dietro gli alberi, ma non riuscì a vederlo più. Intorno solo lapidi e croci. Chissà – pensò – forse le risposte che cercava erano incise sulla lapide che l’uomo stava osservando. Si avvicinò alla tomba e , con sua sopresa, riconobbe nella foto l’uomo che cercava: “Carlo Blasi: n.1800 – m. 1848”.
Era questo il suo nome. Ma allora? Aveva parlato con un defunto?
E’ questa la follia? – pensò – è così facile perdere la testa? Cosa stava succedendo?
Si girò per andare via, lontano da ogni allucinazione, ma non appena voltò lo sguardo vide ciò che mai si sarebbe aspettato di vedere.
Lisa la trapezista, Oscar la molla e Barius il domatore lo fissavano dalle cornici arrugginite che adornavano le loro lapidi. I suoi colleghi, gli artisti con cui aveva trascorso l’intera settimana erano tutti lì. Mancava soltanto lui nella galleria dei volti che gli si rivelavano alla vista metro dopo metro.
Quando però vide, non lontano da lì, una croce e della terra appena smossa, con un pupazzo scucito poggiato non molto lontano, gli si gelò il sangue: quel pupazzo era il suo.
Era morto? Avevano ragione i genitori? Ma quando era successo? E lui perché continuava a camminare per strada, a vedere i suoi colleghi artisti esibirsi quando invece erano sepolti da anni?
Tornò di corsa al circo. Era il momento di affrontare una volta per tutte Paride.
L’atmosfera della festa imminente saturava l’aria: colori, musica ed euforia serpeggiavano tra le pieghe del tendone. Tutti, dal primo all’ultimo, si intrattenevano con il vestito di scena. Provavano le loro parti o improvvisavano scenette comiche per ridere fra di loro. Brillava tutto, ogni parte del circo, tranne il carro in cui viveva Paride.
Gustavo si trovava a pochi metri da lui. Si fece spazio nella confusione e, con sua sopresa, vide la porta aprirsi senza nessuno che la accompagnasse. Il pavimento era pieno di oggetti, quadri rotti e pezzi di fotografie strappate.
– Fatti avanti! – la voce di Paride alle sue spalle. Il ragazzo si girò e lo intravide disteso sul letto.
A malapena riusciva a tenere alta la testa.
– Cosa stai combinando, Gustavo? – disse l’uomo.
– In che senso?
– La curiosità uccide, te lo avevo detto. – rispose tossendo. A quel punto, prendendo il coraggio che gli era sempre mancato, Gustavo decise di metterlo alle strette: – Chi è lei veramente? Cosa ha fatto a tutta questa gente?
– Un favore. Ho realizzato i loro sogni e loro i miei. Oscar la molla, hai presente Oscar la molla?
– Si.
– Si era impiccato. L’ho trovato prima che esalasse il suo ultimo respiro e gli ho regalato la vita.
– Ma sono morti! Siamo morti!
– E’ un particolare, di quelli che piacciono a te, se non sbaglio. Comunque non tutti. Tu ed io non lo siamo ancora.
– E la croce che ho visto? Le parole dei miei genitori?
– Sei andato a trovarli? Hai fatto male.
– Male? Sono i miei genitori e mi piangono come morto.
– E’ solo questione di tempo. Intanto, hanno una tomba su cui piangere.
– Ma chi…? – provando a chiedere chi fosse sepolto al posto suo.
– Non è importante.
– Poi, indicandogli fuori dalla finestra il mangiatore di fuoco che rideva in maniera sguaiata: -Ti sembrano infelici?
– Ma sono morti! Lo sanno o anche loro sono all’oscuro di tutto?
– Noto con piacere che sei molto attento ai particolari. Hai un difetto, però: ti manca la memoria.
– Cosa vuol dire?
– Quando ti ho visto insanguinato ai piedi di uno dei miei carri non sembravi felice. E nessuno, dico nessuno, ha mosso un dito per salvarti. Solo il sottoscritto. Saresti morto tra la polvere dopo una vita fatta di insulti e derisioni. Ho visto i tuoi occhi, e tu i miei. Dai la colpa al destino, non a me.
– Non capisco.
– Io ho salvato la vita a tutti. Ad ognuno di voi ho dato una seconda possibilità. Non avrei dovuto desiderare qualcosa in cambio?
– La vita?
– Si, la vita. Dimmi, cosa c’è di sbagliato in questo. Lisa, Oscar, Barius, da vivi erano degli infelici. Ora ridono dalla mattina alla sera e fanno divertire la gente. Loro sono felici ed io, grazie alla loro arte, rimango giovane per sempre! Dov’è la colpa? “Do ut des”: sai cosa significa?
– Ma loro non possono scegliere.
– Certo che lo possono fare. Non ho tolto loro una briciola di libero arbitrio. Potrebbero uccidersi, scappare, eppure non lo fanno. E ti dirò di più: non ho bisogno di tenerli legati a me con la forza, mi vogliono bene; pur non spiegandoselo, sono grati del mio dono. Ma Stasera è la loro sera, la nostra serata di gala: tutto cambierà.
– Cosa succederà?
– Nessuno sarà più legato a nessuno. Il dono verà elargito a tutti. Non è quello che vuoi? Divertiti e fai divertire; nessuno ti insulterà più né ti umilierà più, ed io sarò per te come un padre. Io ho cura di te e di tutti i miei artisti. Io tengo alla vostra vita, tanto quanto alla mia. Vieni, fatti abbracciare.
Gustavo si spostò di scatto e si diresse verso la porta. Paride, prima che il ragazzo abbandonasse il carro, gli urlò contro: -Non fare sciocchezze. Siamo una cosa sola ormai. Da solo non avresti alcuna speranza di sopravvivere. Ti ricordo che se sei vivo è grazie a me; senza di me non sei niente. Anzi, qualcosa forse si: polvere! – e si mise a ridere così tanto che sembrava dovesse soffocare da un momento all’altro.

L’ora dello Spettacolo

Alle nove in punto le luci del circo Barni si accesero. Gli spettatori, che già dal primo pomeriggio affollavano i botteghini trovarono posto senza problemi. Tutto il paese, dal sindaco al becchino, dall’insegnante al contadino, fu presente all’evento che salutava il nuovo millennio. Gli artisti diedero il meglio di sé, dal primo all’ultimo. Le risate del pubblico si arrampicavano sul trapezio e, volteggiando in aria, saturavano ogni particella di ossigeno.
Gustavo era l’ultimo artista. Il suo spettacolo si sarebbe svolto a ridosso della mezzanotte. Immobile e silenzioso assistette allo spettacolo da un punto in cui nessuno avrebbe potuto notarlo. Pensava e ripensava a come porre fine all’incubo che ormai lo aveva fatto prigioniero. Non si mosse mai, se non per cercare in giro Paride. Quando finalmente lo vide rimase sconvolto: Paride era ringiovanito. Solo poche ore prima sembrava in fin di vita ed ora appariva identico al giorno in cui lo aveva visto per la prima volta. Si guardarono. Paride gli fece l’occhiolino.
Era tutto chiaro ora. Come non aveva fatto a pensarci prima?
Quando il megafono annunciò l’esibizione di Gustavo, lui si affrettò a raggiungere il palco, sostenuto da due ali di folla festante. Svolse al meglio il suo compito, e lo fece talmente bene che, verso la fine del numero, la sua gobba finta cadde a terra, sospinta via da un fisico ormai perfetto ed esplosivo.

Mancavano pochi minuti al nuovo secolo, pochi secondi alla fine della sua esibizione.
La gente rideva, gli artisti brindavano e Paride aveva ormai raggiunto il suo massimo splendore. Gustavo si fermò e guardò uno per uno gli spettatori. Poi Paride, il cui viso si era irrigidito. Nessuno capiva come mai il ragazzo si fosse fermato, e un brusìo di fondo si sostituì alle risate di pochi secondi prima.
A quel punto Gustavo sorrise, fece un inchino, e con un gesto rapido si arrampicò sulla scaletta che conduceva alla postazione dei trapezisti. Gli spettatori sospirarono all’unisono, accompagnando la salita del ragazzo con applausi ritmici. Tutti si aspettavano qualcosa di eclatante; e nessuno venne deluso. Gustavo alzò le braccia, si voltò verso Paride e, dopo essersi arrotolato velocemente una corda intorno al collo, si lanciò nel vuoto.
– No! – gridò Paride prima ancora che la gente capisse cosa stesse succedendo.
Il rumore di uno scoppio, la corda che ferma la sua rincorsa, un corpo che pende; occhi spalancati e lingua pendente: l’ultima maschera di Gustavo. La gente spaventata corse via in preda al panico. Le urla si confondevano con i fuochi d’artificio che annunciavano l’ingresso dell’anno nuovo.
Nessuno, scappando, si accorse di quel che successe subito dopo alle loro spalle.
Gli artisti esplosero, lasciando in cielo una nuvola di coriandoli, il tendone volò via leggero, sempre più in alto, fino a sparire. Paride, con gli occhi lucidi e sgranati, vide la propria pelle diventare di porcellana. Rimase qualche secondo i piedi per poi cadere a terra frantumandosi in mille pezzi

L’alba del nuovo secolo si affacciò su un paese deserto. Solo un megafono lontano, le voci dei bambini e un uomo in bicicletta che annunciava l’arrivo della modernità: il cinematografo. Si fermò, osservò la desolazione e andò via.
In un angolo della strada un povero ragazzo storpio coperto dalla polvere. Qualcuno gli lancia una pietra e scappa ridendo. Prova ad alzalrsi ma non ci riesce. Ha dolori da tutte le parti. Un uomo gli si avvicina e gli tende la mano.
– Stai bene, ragazzo?
– Si, si; credo di si.
– Come ti chiami? Vieni che ti porto a casa.
– Non ricordava nulla. Si guardò in giro e a voce bassa ripeté il primo nome che riuscì a leggere: Paride.

Nessuno per strada, solo polvere e colori; e una gobba di paglia abbandonata lungo la via.

 

 

 

 

racconti

Il Massaggiatore di Salme

 

 

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“…Non è tutto quel che vediamo o sembriamo
Un sogno in un sogno soltanto?”

(E.A.Poe)

 

Mi sfugge il senso delle cose. Non capisco la vita ed il suo corso. Non comprendo le persone e le loro azioni. Non accetto che tutto finisca. Credo in una realtà. Unica e sola. La Solitudine. E nel silenzio contemplo la materia, il cui peso non mi sfugge. Ne ho cura. Fino alla fine. Poi distolgo la mia attenzione. Guardo altrove: c’è sempre un corpo che ha paura del buio. Ed Io sono lì. Io e la mia cura. Io e la mia misericordia.

Così iniziava il mio diario giovanile. Allora scelsi il mio lavoro: prendermi cura dei corpi morti, mantenere viva la loro dignità prima della tumulazione. Non sono un imbalsamatore, non uso prodotti chimici né bisturi: non è la scienza a muovere la mia mano, solo l’anima. Accarezzo l’immobilità, massaggio carni spente, le preparo ad essere scarto venerato. Lavoro strano il mio, inutile forse, ma è il mio.
Se avessi dato ascolto ai consigli dei miei genitori sarei dovuto diventare un medico, ma fin da piccolo ho imparato ad ascoltarmi con attenzione: troppa responsabilità, non si gioca con la vita della gente, é un dono preservare l’esistenza dalla malattia e dalla morte, ed io a malapena riuscivo a sopravvivere. Amavo l’arte, ma troppa sensibilità consuma l’anima e non avrei fatto altro che perdermi nella voragine dei sensi, per cui finii per scegliere una via di mezzo: curare i corpi appena abbandonati dal soffio vitale, preservarli dai primi segni della morte, concedere la giusta attenzione per ciò che fino a poco tempo prima era una persona, ora un sacco, un legno, un filo d’erba.
All’inizio fu una cura personale. Anonima. Lavoravo presso un’agenzia funebre ed il trattamento che riservavo alle salme non prevedeva neanche un’autorizzazione o una richiesta specifica da parte dei loro congiunti. Faceva parte del servizio. In breve divenne un lavoro a sé stante, autonomo. Bastò spargere la voce ed un’idea considerata originale ma inutile divenne un’esigenza dei più, un vezzo indispensabile. Curavo la natura cadente, e ai miei clienti bastava. I miei strumenti erano le mani, la mia cura i massaggi. Con oli e unguenti sfregavo la materia inerme e la rendevo viva. I cadaveri, dopo il mio trattamento, lasciavano il mondo come se si dovessero allontanare solo per qualche giorno, nel pieno della forma, nel pieno della propria bellezza.

Giorno dopo giorno il mio nome divenne una garanzia.

I parenti dei defunti facevano la fila per ringraziarmi, e accadeva spesso che scegliessero, come foto ricordo dei loro cari, un’istantanea scattata dopo i miei massaggi.
– Fosse stato così bello in vita il mio Giorgio – le parole di una donna una volta – da vivo il suo viso era sempre così corrucciato. Un burbero, dottore, mio marito era un burbero con la faccia sempre scura. Lei lo ha trasformato in un’opera d’arte.
Non contava ribadire ogni volta che io non fossi  un medico. Per tutti lo ero. E chissà che non avessero ragione. D’altronde, si, non curavo malattie, ma elargivo la migliore fra le medicine possibili: la grazia. La gente bussava alla mia porta disperata e ne usciva serena, guarita. Cos’altro ero, dunque, se non un dottore? Forse un mago?
Nel corso degli anni lo studio fu scenario anche di eventi sgradevoli, inconsueti per un mestiere come il mio. Fra i tanti ne ricordo uno in particolare, l’unica volta in cui pensai seriamente di interrompere la mia attività. Protagonista dell’episodio fu il marito di una paziente.  Annebbiato dal dolore e dalla meraviglia del mio lavoro, l’uomo non era più convinto che la moglie fosse realmente trapassata. Non credeva neanche all’oggettività dei dati clinici, alla mancanza del battito, all’assenza del respiro: – Vede dottore, è offesa con me, non mi rivolge la parola: le dica qualcosa…- ripeteva continuamente – è un complotto? Vi siete messi d’accordo per levarmi di mezzo? – come un nénia. Di fronte al mio stupore pensò bene di sferrarmi un pugno in faccia: – La faccia uscire da lì subito o vi rinchiudo tutti e due dentro una cassa!- . Solo l’intervento della polizia mi salvò dalla sua follia.
Subii anche un tentativo di rapimento. Non ero io la vittima, ma una mia salma. Non denunciai nessuno. Pensavo che il responsabile del gesto avesse avuto ragione a fare quel che aveva fatto: la bellezza non può nascondersi dietro una lastra di zinco, non è naturale.
Plasmavo carne morta e la rendevo viva, così tanto da creare disagio. Chissà, forse avevo lo stesso dono di Dio, solo che a lui era sfuggita la situazione un pò di mano.
Bussano alla porta.
Toc, toc, toc. Sono colpi delicati, quasi accennati. Lavo le mani, indosso una giacca, vado ad aprire. E’ una donna anziana molto elegante la persona che mi si presenta di fronte. Una lunga veste nera le cinge il corpo. Al collo, un grande crocifisso distoglie l’attenzione dai suoi occhi gonfi: ha pianto. Si rivolge a me quasi sussurrando, se parlasse  ad alta voce penso scoppierebbe in un pianto ininterrotto. Accenno un inchino, le bacio la mano. E’ fredda. Ossuta. Ma l’età mangia la carne e cerco di guardare oltre.
– Le vengo ad affidare mia figlia; é quì fuori. Mi raccomando… – senza neanche guardarmi.
– Non si preoccupi signora, farò del mio meglio. –, e un brivido a smentire lo slancio.
– La renda viva un’ultima volta.
– Farò il possibile. Intanto si accomodi, prego…
Non faccio in tempo ad indicarle la porta che Mi sporgo oltre l’ingresso, occhi a destra, a sinistra: sparita. Solo un carro funebre, una bara, e due uomini a schermarmi la vista. Senza dire una parola mi porgono un foglio con un nome, una foto e la data entro la quale svolgere il mio compito.
Elisabetta Salsi: é questo il nome  della ragazza nella cassa.
Ho imparato col tempo a fare poche domande. A parlare il meno possibile. Questa volta mi riesce difficile stare in silenzio. Quella donna, la sua preghiera, questi due energumeni che adagiano con velocità la salma sul lettino. Sembra vogliano tutti scappare. Non faccio in tempo ad espirare una parola che anche loro vanno via senza neanche salutare. Rimango fermo sulla porta.
Ora sono solo. Io e la ragazza.
Avere a che fare con i morti quotidianamente, alla lunga, ti priva di ogni tipo di emozione, di ogni forma di empatia. Non pensi abbiano avuto anche loro una vita, desideri, aspettative probabilmente simili alle tue. Hai di fronte un oggetto da restaurare. Nient’altro. Conta solo fare un buon lavoro. Che sia pelle e non legno ciò che deve rifiorire poco importa. Nel mio caso, poi, tutto è ancora più facile. Non ho mai creduto nei rapporti sociali, né ho mai rispettato il vissuto di nessuno: troppe parole, troppe scuse. La materia vivente mi spaventa, l’imprevedibilità mi atterrisce. Un cadavere porta in eredità un orizzonte già compiuto e facilmente identificabile, per cui mi viene facile essere pittore di eventi non più passibili di cambiamento. Ciò che mi interessa è solo la bellezza del già fatto, del già detto, l’immagine che l’anima svela in assenza di spasimo.
Non so perché. Sarà forse la paura di non essere capace di vivere come gli altri, sarà il conforto che mi trasmette l’abbraccio gelido che preserva un organismo concluso. Chissà. Ma intanto quì, ora, di fronte a questo corpo, mi trovo in difficoltà. Non so neanche da dove iniziare. Non vi è nulla di morto in queste membra, se non la Vita.
E non può bastare.
Le carezzo il volto. Il rumore della sua anima si espande nell’aria. E’ un fischio invadente che mi violenta il cervello, che mi rende fragile e inaspettatamente disarmato. Meglio mettersi al lavoro, cercare di non pensarci, considerarla una salma come le altre.
Cosparse le mani di olio,  percorro ad uno ad uno i fasci muscolari che mi si inceppano tra le dita. Conto le sue vene necrotizzate come fosse la prima volta.
Sembra ieri. Mio nonno steso sul lettino ad occhi chiusi, freddo, così distante da non rivolgermi nemmeno una parola. Niente. Neanche un saluto. – Devi fare quel che è ti è più congeniale. – mi diceva sempre – Ti piace scrivere? Scrivi! Ti piace volare? Vola! –
Per tutta la mia adolescenza non ha fatto altro che suggerirmi di non rinunciare mai a seguire le mie attitudini. Quando gli ripetevo di non sentirmi depositario di chissà quale grande talento, mi sorrideva sempre: – Vedrai piccolo mio, il tempo ti suggerirà la risposta. – . Era fiero di me mio nonno, così convinto che  potessi riuscire in qualunque cosa avessi voluto fare nella vita, che non perdeva occasione per incoraggiarmi. Qualunque cosa facessi. Offrendo il suo corpo alle mie cure confermava ancora una volta il suo amore, la sua fiducia in me.
Lo ripagai restituendogli la gioventù per un giorno.
Non so se gradì il regalo, non tornò mai indietro a dirmelo. Di certo so che il sorriso che mia nonna gli riservò, quando lo vide nella bara aperta sotto l’altare, mi rese l’uomo più felice del mondo: solo allora capì di aver fatto la scelta migliore. Da quel giorno mai una pausa, mai un dubbio. Ero a mio modo un artista, e godevo nel fare quel che facevo.
Questo fino a poche ore fa.
Ora, per la prima volta dopo così tanti anni, sono in difficoltà. E’ come se le palpebre della giovane che massaggio dovessero spalancarsi da un momento all’altro. I miei occhi nei suoi, un risveglio comune: vorrei questo fosse possibile. Per cambiare pagina, per ricominciare a pedinare le ore come sempre. Ma niente. Impasto il mio imbarazzo con la sua pelle, ne faccio un’unica massa.

Freddo, sfregare di mani, olio che scorre come sangue e minuti ad inseguirne il fluire. Le mia dita dipingono nuove vene lasciando rapide scie di tepore. Massaggio, massaggio senza sosta. Se non muovessi tanto rapidamente le mani sulla carne untuosa, avrei nettamente l’impressione di consumare il mio corpo sul suo. Secondo dopo secondo. Sono così attento ad ogni movimento che non mi accorgo di quel che sta succedendo, o che mi sembra stia accadendo sotto gli occhi: le mie dita si stanno erodendo, perse nel pallore della salma adagiata sul lettino. Ma la stanchezza gioca brutti scherzi e continuo il lavoro.
Tic, toc, tic, toc, tic, toc. L’orologio reclama il tempo che fugge. I minuti scappano via. Non sto al passo questa volta.
Dal momento della morte allo svolgimento del funerale passano solo poche ore. Un breve lasso di tempo che di solito basta per concludere il compito assegnatomi. Senza alcuna fretta. Nessuno reclama i corpi prima del dovuto: la gente rinuncia senza problemi alla camera ardente pur di vedere la Vita riflettersi sui volti dei propri cari un’ultima volta. Poi l’addio. Di solito massaggio e via a casa, a dormire, lasciando le lancette girare su se stesse. Questa volta no, sono io a girare a vuoto.
Lavorerò tutta la notte, il tempo stringe. Guardo membra morte e mi sembra di riceverne Pace. In quel corpo freddo risuona l’eco della mia voce, il suono delle mie mani. Il silenzio di quelle carni richiede attenzione, più di quella che solitamente concedo.
Massaggio, massaggio, massaggio e non alzo mai lo sguardo dal lettino. D’improvviso lo specchio in fondo alla stanza mi reclama: alzo le braccia. Il rapido riflesso tra la porta ed il vetro mi atterrisce. Corro subito in bagno. Accendo la luce, spalanco le palpebre. Gli occhi ben aperti rimandano indietro un’immagine terrificante: non ho più dita, le mie mani sono monche. Deve essere un’allucinazione, la stanchezza, non può essere altrimenti.
Mi lascio fumare da una sigaretta ed osservo meglio.
Non sono spaventato, solo curioso. “ Troppo viva per la mia cura”: penso tra me e me. Sorrido. Quando un rumore di passi in salotto mi risveglia dal torpore dei pensieri, mi accorgo di non essere solo. Non ho il tempo di domandarmi chi possa esserci: un’ombra veloce taglia la strada alle mie domande. E’ lo specchio ad indicarmi la via da seguire.
Sono stranamente sereno.
Una figura adagiata sulla poltrona riempie la penombra nel salotto. E’ la signora di oggi, la madre della ragazza, sembra proprio lei. Tranne per un particolare: la sua giovinezza. Non so se sia per la poca luce o per gli occhi stanchi, ma le rughe sul suo viso sembrano scomparse. E’ avvolta negli stessi abiti di qualche ora fa. Sussurra rivolta verso la finestra:
– Mi manca il peso degli anni: ne conosco solo il riflesso.
– Signora Salsi?- nascondo le mani incredulo.
– Si, mi scusi, pensavo a voce alta.- girandosi verso di me.
– Come ha fatto ad entrare?
– La porta era aperta.-. Era chiusa. Ne sono sicuro. Passo oltre.
– E’ ancora presto Signora.
– Dipende dai punti di vista.
– Prego…?-
– Posso vederla?- mi attraversa con lo sguardo.
Senza neanche aspettare una risposta o un mio gesto, la signora si incammina verso lo studio. Diretta. Percorre il corridoio come se conoscesse alla perfezione la casa.
– E’ bellissima: non trova?- mi dice non riuscendo a distogliere lo sguardo dal lettino.
Gli occhi della donna riflessi sul viso pallido della figlia colmano la distanza tra di loro. L’immobilità dell’una é il riflesso dell’altra.
– Quanti corpi sono passati dal suo studio?- mi sussurra.
– Molti, ho perso il conto.
– Non le sembrano tutti uguali?
– Ricordo il viso di ognuno.
– Proprio di tutti?-
– Si: per ogni volto, un’anima.
– Lei è fortunato.
Guardo in basso. La sua freddezza mi imbarazza. Ascolto senza interrompere.
– Ho avuto anche io a che fare con i morti, dottore. Per una vita. Forse anche oltre. Ma non ho mai incontrato l’Anima: solo decadenza.
– Non crede in Dio signora?
– Credo in ciò che vedo.
-E pensa tutto finisca con la morte?
– Si
– In un mondo così imperfetto, non ritiene che la bellezza sia un segno di Dio?
-Polvere simmetrica, nient’altro. Cosa crede diventi la carne una volta sepolta se non polvere? Se fosse segno di Dio come dice lei, non dovrebbe rimanere intatta?Non è eterno il suo Dio?
-Non è questo il punto signora. Ho sempre immaginato il corpo come se fosse  un lampo, uno squarcio lucente di un quadro ben più ampio.
– E aspetta il tuono?
-Il temporale, signora, aspetto il temporale! Qualche attimo di silenzio. Mi osserva.
-…e se non dovesse arrivare? – d’un tratto – Se tutto finisse con il disfacimento? Se i corpi che lei cura non fossero altro che un modo per scappare dall’evidenza dei fatti?

Non so cosa aggiungere. Ma d’altronde penso non abbia molta importanza. Non un’espressione in lei, non un gesto. La donna, immobile ai piedi della ragazza, la fissa ininterrottamente da quando è entrata. Soffoca le labbra nel pronunciare suoni impalpabili. Provo comunque a risponderle in qualche modo, in fin dei conti mi ha rivolto una domanda.

– E’ tutto imperfetto, signora. Tutto. Ma io adoro le favole. Penso siano l’unica cosa per cui valga la pena di vivere.
– Allora le renda grazia lei, dottore, per favore, più di quanto non sia riuscita a fare io nel corso degli anni. Forse sono cresciuta troppo in fretta e non ho ascoltato tante storie da bambina. Ma, se pensa che l’anima si possa riconoscere sui volti, la renda visibile sul viso di mia figlia, anche solo per un momento. Poi magari tornerò della mia idea, ma lo faccia
Non aggiungo altro. Non reggo il suo sguardo. Neanche mi accorgo che d’un tratto sono di nuovo solo: la donna è andata via. La cerco ovunque. Corro verso la porta: niente, scomparsa nel nulla. Non riesco ad afferrare il senso di queste ore malate, e non è per colpa delle mie dita consumate. L’unica cosa che so è che la sua visita mi ha riempito di nuova linfa, forse per la stranezza con cui si è verificata. Ora dovrò sbrigarmi, la notte è agli sgoccioli.
Devo finire il mio lavoro al più presto e smentire la disillusione di quella donna.
Massaggio. Massaggio. Senza pormi troppe domande. Massaggio le gambe, massaggio le spalle che si alzano veloci non sapendo cosa dire. Muovo le mani consumate sulla pelle della ragazza. Centimetro dopo centimetro perdo di vista i miei arti, ad ogni tocco perdo il corpo. – Preoccuparmi delle tendenze dell’anima non mi avrà reso immune al declino dei corpi – penso – ed intanto massaggio, massaggio, e massaggio con quel che rimane di me.
Ed ho massaggiato senza sosta fino all’alba.
Al mattino hanno bussato alla morte: nessuno alla porta.

Sono scivolati via i miei massaggi, via, assorbiti nello straccio bagnato che un inserviente ha passato per terra qualche ora dopo, spazzando via la mia storia. E la mia cura, seppellita senza nome sull’opera d’arte più grande che abbia mai compiuto.  Fuggita via.

Il giorno del funerale della ragazza, una fila ininterrotta di persone ha reso omaggio alla sua salma. Tutti sono stati conquistati dalla sua bellezza. Tutti. Così tanto da dimenticarsi delle quattro tavole che la contenevano. Come fosse più viva dei vivi.
Nessuno ha dimenticato quel viso, la patina dorata che ne rivestiva la pelle rendendola lucente. C’è chi ha giurato fosse cera, chi ha pensato fosse imbalsamata.
E’ bastato che la gente chiudesse gli occhi al suono del saldatore perché tutto svanisse.

Per sempre.

E loro con lei.

 

 Mario Scalzi, 2011

 

 

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Sette Vite

 

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[…]Udiremo gli istanti stillare nel buio 
al di là delle cose,
nell’ansia dell’alba,
che verrà d’improvviso incidendo le cose 
contro il morto silenzio.
L’inutile luce svelerà il volto assorto del giorno. 
Gli istanti taceranno.
E le cose parleranno sommesso.

(C.Pavese)

 

 

I

 

Una stanza. Persiane socchiuse. Frammenti di luce. Buio intorno. Ombre sul soffitto: la strada entra in casa a quest’ora, il marciapiede è affollato dietro il lampadario.La penombra alle pareti mostra l’anta di un armadio, lo spigolo di una scrivania, parte del dipinto che arreda l’unica parete libera.
Scandisce i secondi, con meccanici singhiozzi, una nénia ininterrotta. Io accarezzo il disordine senza riuscire a vedere nulla intorno a me, se non un letto nascosto dalle flebo.
Sei tu piegato tra le lenzuola? Rubo spazio alla retorica osservandoti. In silenzio. Avrò tempo per commuovermi. Per ricordare. Ora osservo un corpo, e cerco altrove il resto. Accovacciato in un angolo ritaglio una fetta d’ossigeno, solo per me, e ti guardo: un tempo eri tu. Questo corpo eri tu, Edgar.

Edgar non é vissuto. E’ nato. Ha percepito di esistere. Nient’altro. Uno strano male, un’antica ombra lo ha sorpreso d’improvviso, proprio quando apriva gli occhi al mondo. Una maledizione lontana ha costretto Edgar a passare i giorni al buio, a spiare la vita, o nel migliore dei casi a dormire, senza sognare nulla se non colori. Una finestra chiusa. Il rumore della vita fuori. La famiglia a curarne il tempo, a temere un sonno più lungo del solito, ed un’unica compagnia: io, il suo gatto. Non si può dire che i genitori siano mai rimasti con le mani in mano. Consulti dai medici, ricerche personali, slanci senza approdo: nulla, solo risposte come lame nel cuore. Tutti ripetevano sempre le stesse cose. Per loro figlio non c’era alcuna possibilità di sopravvivere a lungo. Nessuna.

Dopo tanti anni finalmente parole diverse, non di speranza, solo di misericordia: non era possibile salvare Edgar, ma almeno si sarebbe potuta addolcire la sua sofferenza concedendogli il lusso di non morire al buio.
Tre sole volte il loro bambino avrebbe potuto aprire gli occhi per guardare il mondo alla luce del sole, tre giorni nella sua breve vita. E tre volte sole gli sarebbero dovute bastare per capire, per conservare. Tre volte sole dalla sua finestra. Era ora di fermarsi.
Da allora un continuo rincorrersi di scuse, regali e abbracci pur di rinviare il più possibile la vista della luce. Loro figlio era lì, e sarebbe rimasto con loro ancora per poco tempo. Era necessario vedere il mondo? non potevano essere loro il suo universo? Sapevano che era giusto concedergli un’illusione, ma se con amore gli avevano regalato la vita, perché per amore gliela avrebbero dovuta togliere? E per cosa poi? Per permettergli di gustare la natura che con lui era stata così crudele? E per quanto? Era un dono questo? La morte era comunque dietro l’angolo e loro, almeno loro, dopo tutti i sacrifici compiuti, avrebbero avuto il piacere di vederlo crescere ancora per un po’, per qualche anno in più. Se lo meritavano.

– Perché non posso uscire? Perché non sono come voi? – la domanda più frequente di Edgar ai genitori – perché?.

Quando latitavano giustificazioni plausibili, era il sonno violento a rapire il ragazzo dall’imbarazzo dei suoi.
Una mattina di primavera arrivai io, Micol, il suo gattino. E le cose andarono meglio. Le fusa compensarono per un breve periodo la sua smania di Vita, e i miei giochi ridarono sostanza ai suoi muscoli atrofizzati. Bastava che mi affacciassi, che guardassi in giardino attraverso gli spiragli di luce che ci circondavano perché  Edgar riuscisse ad emozionarsi godendo delle mie reazioni, come fossero le sue.
Ricordo quando un giorno un uccellino sul davanzale cinguettò. Fu così forte il suo canto che mi fece cadere dalla sorpresa. Edgar rise. Si accorse della sua presenza e gli bastò. Non ebbe la necessità di vedere quell’esserino con i propri occhi, per la prima volta si accontentò dell’immagine già vista su un libro. Non era un miracolo questo?
Spesso però bussavano alla finestra eventi più grandi di noi. Bastava un temporale o le semplici grida di bambini che correvano dietro ad un pallone per far scoppiare il ragazzo in un pianto disperato. Allora non bastavo più. Erano questi i casi in cui i genitori si domandavano se fosse arrivato il momento giusto per fargli dare un’occhiata al mondo. Ma come sempre, era poi il sonno profondo in cui cadeva Edgar ad allontanare la loro mano dalla maniglia della finestra: pericolo scampato. Una grazia, pensavano, sapendo che non sarebbe potuto durare ancora a lungo.

Ma gli anni passavano, più veloci dei loro espedienti, e crollavano le pareti ad una ad una sulle sue lenzuola, senza che lui riuscisse a scappare.

Scoccò così, un giorno, l’ora tanto temuta da chi lo amava.

La prima volta vide il sole. Gli piacque. Lo aveva sempre e solo intuito. Nient’altro. Gli avevano detto che c’era da sempre e sempre ci sarebbe stato. Ma lo vide tramontare.

Vide il sole morire, addormentarsi pian piano.

Sgranò gli occhi. Cercò nei colori l’ultimo abbaglio. Chiuse gli occhi.

 

II

 

Vedo alberi crescere sul termosifone e fiumi scorrere tumultuosi dai rubinetti di casa. Il mio sole sorge al tramonto da un interruttore che verga il muro come fosse un rampicante. Intuisco la presenza della luna dal cigolare delle civette, dalla montagna che amo scalare e che d’un tratto si trasforma in un semplice materasso. Domino la natura al caldo di un piumone senza alcun interesse per quel che mi perdo oltre il davanzale.

Siamo fortunati tu ed io, Edgar, al caldo, tra di noi.

Cammino in equilibrio tra le piastrelle di casa. Un passo per ogni riga. Quando raggiungo il traguardo del momento mi accovaccio con attenzione pronto a saltare verso la preda prescelta: un tappo, un filo, un topo di gomma. Li sposto, li inseguo, e scappano a comando. Non mi sfugge mai il senso del gioco avendo sempre a disposizione una scelta in più.
Quando Edgar era piccolo correva insieme a me. Eravamo una sola cosa, non gli pesava la gravità. E’ bastato crescere, sentire più vicino alla sua testa il cielo per togliergli il gusto dei nostri giochi.

Perché hai avuto questa fretta? Cosa ti mancava ? Non eri già felice?

Ieri mattina uno squillo al telefono. Un respiro, un affanno: tua nonna. L’avevi vista poche volte nella tua vita senza sentire mai da lei una parola, solo sorrisi. D’improvviso scoprivi la sua voce. La vecchina parlava tra un sospiro e l’altro, come te. Sembrava che la sua gola non riuscisse più a reggere il peso di tutti quei suoni: – Pronto? – un colpo di tosse frammentato – volevo salutarti Edgar. Per qualche tempo non potrò venire a trovarti. Fai il bravo, mi raccomando, e ricordati sempre che la Vita é meravigliosa…anche quando non sembra. Sai tesoro, vuole solo essere scovata…ti voglio bene -.

Perché quella  telefonata?  Hai chiesto a tua madre. A tuo padre. Nessuna risposta. Fino a stamane.

Singhiozzi dietro la porta, occhi gonfi nascosti tra le dita: la nonna non c’era più. Lei, così piccola, così morbida, così profumata. Avevi sempre pensato fosse una caramella, come quelle che ti portava la domenica. Scoprivi d’improvviso  che non eri stato tu a scartarla, ma qualcun altro. Era arrivato il momento di prendere una boccata d’aria, la puzza di chiuso ti soffocava, e non bastava il respiratore.

La seconda volta ad Edgar hanno mostrato le rondini.
Gli avevano promesso che sarebbero state lì ad aspettare il suo risveglio.
Ma l’autunno ha disegnato cieli vuoti. Edgar ha cercato in alto. Ha inseguito nei colori il loro volo. Ha chiuso gli occhi.

 

III

 

La porta é socchiusa. Colmano lo spazio tra il legno ed il muro occhi che osservano con discrezione il ritmo dei tuoi respiri lenti, lenti, lenti.

Devo stare attento a dove metto le zampe: é pericoloso muoversi tra questa selva di gambe. Sono tutti in piedi, mi sovrastano. Riuscirei anche io a fare come loro, ma la mia é una scelta: il mondo é più interessante visto dal basso, la stabilità mi consola.
Edgar é sveglio, mi segue con lo sguardo tra camici bianchi vocianti che mi allontanano. Respira a fatica. – Lasciatelo quì. I gatti hanno sette vite – ripete a bassa voce – me ne regalerà una se riuscirò a vedere attraverso i suoi occhi – nessuno lo ascolta. Sono troppo preoccupati per poterlo sentire.
TUM. TUM. Rumori dalla stanza accanto. Allungo il collo. Modulo le orecchie muovendomi a scatti. Farei prima a correre per vedere cosa succede, ma devo coprirmi le spalle e rimanere a metà strada. Edgar non sta bene. Non voglio lasciarlo solo. Non ora.
TUM. TUM. TUM. I rumori si avvicinano. Sono pietrificato dal terrore. Mi guardo intorno, cerco un buco in cui infilarmi, provo a miagolare ma nessuno risponde.
TUM.TUM.TUM.TUM. La porta si apre. Vedo un’ombra farsi sempre più grande: è una scatolina con le sbarre. Guardo in basso, corro in alto. Mi inchiodo al pavimento. E’ per me. Mi chiamano con dolcezza ma non c’è nulla da festeggiare.

– Mi dispiace. Dobbiamo proprio? – parlano tra di loro. Sono i genitori di Edgar. Mi guardano.

– La portiamo da tua sorella. Lo hai sentito il medico: è peggiorato molto. Bisogna evitargli il contatto con ogni cosa. Il gatto è sempre sul suo letto e il sistema immunitario di Edgar non esiste più.

– Amore, solo per stasera.

– Va bene. Lasceremo il gatto quì. Ma nel trasportino, non fuori!

Tre minuti. Ci vogliono solo tre minuti. Il mio orizzonte d’un tratto si restringe ed è vergato di sbarre. Mi rinchiudono in una scatolina. Non posso far altro che inseguire me stesso accarezzando con foga ciò che mi separa da Edgar.
Nessuno mi ascolta. Affondo il mio viso nel pelo, cerco di nascondermi quando un rumore spezza i minuti: sono di nuovo libero.
La porticina della scatola si apre: -Micol!…vieni quì – é Edgar che mi chiama. Corro da lui.
Un passo avanti, uno indietro, la finestra spalancata, la luna a fare capolino: – esci amore mio – mi sussurra affannato indicandomi il cortile – esci…corri per me…vai!
Non voglio andare lontano: mi basto. Osservo i suoi occhi e non vedo altro che pupille eclissate dietro il bisogno. Le gambe esili di Edgar mi fanno da scudo mentre lui inspira frammenti di notte.

Il buio lo costringe, guarda in giù, si commuove. Cade sul letto senza forze. Affondo ritmicamente le unghie nel morbido: profuma di mamma, é navigare a mare aperto avendo sempre sotto gli occhi la riva. Sento di poter volare senza il rischio di cadere, e mi addormento al caldo. Con una carezza a proteggermi dal tempo che passa.

 

Epilogo. 

 

Mi risveglio. Non siamo soli. Confondo i tuoi gemiti col ronzìo del respiratore. Ti  vedo ma non riesci a guardarmi. – Gli occhi sono un limite ora – sussurra la mente, sussurra la flebo goccia a goccia. Indichi la finestra sollevando a fatica la mano. Un movimento lento, come un segnale: hai bisogno d’aria.
La porta si spalanca con la stessa velocità dei pensieri. I tuoi genitori si avvicinano, con discrezione, accondiscendono i tuoi gesti. Soffiano via l’aria satura.
Confusa scende dall’alto, come fili senza origine, polvere lucente che ti riempie i polmoni: sogni bagni di sole in cui nuotare senza lacrime.
L’ultima volta in cui Edgar ha visto il mondo  é stato stamane. Gli  avevano parlato del mare, del colore degli abissi. Quando il cielo ha abbracciato l’orizzonte ha visto una luce lontana, una barca forse o una fata, poco importa. Ha spalancato gli occhi. Si é sorpreso. Si é spinto oltre. Ha cercato nei colori. Ha sorriso.

Edgar ha chiesto un lungo abbraccio. E’ durato qualche istante. Ha mollato la presa quando pensava fosse ormai al sicuro. Ha abbassato le palpebre stanco.
La meccanica si spegne con un sibilo sordo: tolgono l’ago. Si allontanano tutti.

Dormi? Nessuno può disturbarti, ora. E’ il momento. Non ti vede nessuno.

Apri gli occhi. Mi osservi. Il mormorìo delle fusa riempie l’aria. Un balzo deciso sulle zampe: giù! Corri via veloce saltando  dalla finestra.

Sette vite meno una, Edgar, ed un mondo non basta.

Ti rotoli al sole ora.

Avevi solo frainteso i colori.

(Mario Scalzi, 2016)

letteratura · poesia

Vi vedo, anche senza voltarmi.

nebbia
Ogni giorno percorrere le stesse strade.
Confrontarsi con solitudini sconosciute e non riconoscere nel loro Vuoto, il proprio Vuoto. Scorgere, in mezzo alla massa estranea, volti amici, per poi disilludersi;
e questo, solo per una vaga somiglianza con volti familiari.
Sognare, lungo la sottile linea che delimita colline lontane, il contorno delle tue colline:
perché gravide di luci lontane, perché lontana è la tua pace.
Desiderare di incontrare il mare oltre la curva della strada, confondendo l’umidità della nebbia con la carezza ebbra di un’onda che si infrange sulla riva di di una stagione al tramonto.
Percepire di sfuggita l’accento dei tuoi luoghi, la dizione così a lungo osteggiata, e riscoprirne la dolcezza del timbro.
Anche quando dolcezza non c’é.
Camminare per strade sconosciute e cercare un edificio, un portone, un semplice mattone scalfito che ricordi la tua via, i tuoi panorami, i tuoi percorsi da sempre sfiorati ma mai del tutto gratificati.
Sognare il ritorno, senza un ritorno.
Sognare di rivivere luoghi e persone che sai che sono già oltre la collina. Una qualsiasi collina.
Non la tua, certo. E tu lo sai.
Lo sai, così bene da chiudere gli occhi, e sbagliare strada ad ogni bivio.
Con la giustificazione di non conoscere l’aria che respiri.

Basterà un profumo, una parola, uno sguardo non visto.
Basterà questo per ricominciare a sbagliare, con lo stesso gusto amaro della prima volta. Basterà una voce lontana per chiudere gli occhi, e immaginare che la distanza non sia lontananza, ma solo leggera distrazione.

Vi vedo, anche senza voltarmi.

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Empatia

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Le occhiaie di Rita
raccolsero la pioggia
formando sorgenti
di acqua pura.

Non sembrava soffrisse,
Rita.

Diede in prestito
alla natura,
alle nuvole spesse d’Autunno,
la sua pelle
come fondo su cui affogare.

Non la Terra,
sempre uguale a sé stessa,
sempre pronta ad asciugarsi
al primo sole.

Si sentì, per la prima volta,
non più vittima di un Egoismo originario
fatto di ore, minuti, secondi.
Pioggia, sole o nebbia.

Si sentì,per la prima volta,
un punto.

Un punto,
nello spazio.

Utile quanto un singhiozzo,
a stomaco vuoto.

M.Scalzi, 2014

poesia

D’Ossa e Frantumi

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La Paura precaria
di una stabilità coerente
si inabissa in apnee
questuanti d’ossigeno.
Puro.

                                                        [Assente.

Foglie laminate d’oro
appese ad un filo
vibrano riflesse ai rami.

In equilibrio
su di un autunno disperso
strappato alle radici,
Rendono
visioni speculari
distoniche
di una rinascita lontana.

                                                         [Insana.

Riempiono
fosse colme
di spettri incapaci,
inadatti,
a mantenere la distanza.

E intanto piove
e sale l’attesa

                                                                        [D’ossa e frantumi.

Non basterebbe
un colpo di pistola
a spazzare via ogni condensa.

Non servirebbe
una corda,
pendente dal vuoto,
a riequilibrare
un contrappeso
in disavanzo:

                                                                                [Si cade comunque.

Sono stato partorito
lungo lo stelo
caduco
di un fiore appassito
per i colori
troppo sgargianti.

S’é fatta notte.

E ne vedo ancora
le forme.

letteratura · poesia

Dissonanze

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Tu succhi il sangue a me,
Io a te.

Ricordati, però,
che c’è sempre chi
ha più sete dell’altro,

chi ha la gola più secca.

Non c’è uguaglianza
nell’arsura;
Solo palati
diversi.

E l’affinità
tra due esseri viventi
é sazietà,
non Elezione
Universale.

Come animali loquaci,
schiacciati da vertigine,
Guardiamoci dall’alto
in basso,
e viceversa,
se vuoi.

 A turno.

 Ma non prendermi per mano.

Il tempo indebolisce
e le ossa si sfaldano:

 Meglio cadere da soli,
che strisciare
in coppia.

M.Scalzi, 2014

letteratura · narrativa · racconti

Legno Vivo

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Il primo giorno di quiete fu per Paolo un giorno diverso dagli altri.

Lo aveva immaginato per anni: svegliarsi con calma, andare a fare colazione con il sole riflesso nel caffè caldo, passeggiare in centro e decidere, ingrediente per ingrediente, il tipo di pranzo e di cena adatto all’umore del momento. Gustare la vita con tranquillità, senza una sveglia a mettergli fretta o problemi di ogni genere ad assillargli il cuore.

Paolo aveva sempre lavorato, sin da ragazzo.
Prima l’apprendistato, poi un progetto azzardato, e infine un’attività propria: il falegname.
Era sempre stato orgoglioso Paolo del suo lavoro, così tanto da non voler formarsi neanche una famiglia. Prendeva semplici tronchi e li trasformava in materia vivente. Levigava difetti del legno e li rendeva particolarità accattivanti.
Nei momenti liberi della giornata, intanto, si era costruito la sua casa, pezzo per pezzo, senza dimenticare nulla. Può un falegname – pensava – non vivere in una casa di legno? Costruì anche ogni oggetto, ogni singolo elemento della sua abitazione composto da materiali diversi, come piatti, bicchieri o posate, in legno. Anche il frigorifero fu rivestito da una splendida custodia di abete.
Paolo non aveva mai lavorato per vivere: aveva sempre vissuto per lavorare.
Ed il suo mestiere era una compagna, i frutti del suo lavoro i figli mai avuti.

Poi arrivò la crisi, e l’inspessirsi dei suoi slanci ideali: si sogna, ma è necessario un letto per volare, ed un pasto per sperare. A causa dei debiti crescenti e dei clienti ormai ridotti al lumicino, Paolo decise di chiudere l’attività di una vita che ormai era diventata un peso insopportabile.
Disperarsi per un mestiere perso non doveva diventare un assillo, la vita è altro – andava convincendosi – ed è necessario conoscerla a fondo prima di potersi disperare.
Decise, così, facendosi bastare gli esigui e forse insufficienti risparmi di una vita,  di godersi ogni singolo minuto di una giornata, di prendere confidenza con il mondo che aveva sempre visto di sfuggita.
Era facile abbrutirsi nella sua condizione, ma  non voleva che lo sconforto lo prendesse alla sprovvista: non era da lui. Paolo doveva reagire, era sempre stato un combattente e così doveva rimanere, per cui decise di prendere un impegno con sé stesso: rincorrere quel che si era perso perché sempre impegnato dietro al suo banco da lavoro.

Il primo giorno di libertà trascorse senza intoppi, non molto diverso da come se lo era sempre immaginato: piacevole, il giusto per desiderarne un altro. Ma a quel giorno se ne aggiunse un altro, e poi, un altro ancora. Gli spazi conquistati si andarono restringendo sempre più nei limiti di nuove abitudini. Così, quando una mattina decise di passare da quella che una volta era stata la sua bottega, si accorse di come non fosse quella la vita che desiderava.
La saracinesca che fino a qualche anno prima sollevava all’alba, lentamente, per cercare di non disturbare gli inquilini del palazzo, accusava ora i segni dell’abbandono: ruggine e graffiti ne ricoprivano ogni centimetro.  Paolo ebbe come un colpo al cuore, si rese conto d’improvviso di come quel pezzo di metallo non fosse poi così diverso dalla sua pelle, dalle sue vene. Si avvicinò, e in maniera quasi automatica iniziò a grattarne i segni d’usura con l’unghia, senza in fondo ottenere alcun risultato.  Perché? Non era più sua l’attività, allora perché preoccuparsi del declino della materia?
Quel gesto, così  inutile quanto vitale, gli diede la forza necessaria per coinvolgerlo nell’idea di dover fare qualcosa per sé: tornare a lavorare, impegnarsi in qualcos’altro.
Se la sua attività era fallita, non poteva fallire anche lui. Un uomo è più del proprio lavoro, un uomo è un uomo: tutto il resto è sovrastruttura.

Tornò a casa, e, dopo aver sorseggiato un bicchiere di vino, decise di andare a letto presto, così da essere in piedi prima del previsto.
Chiuse gli occhi, e senza il ricordo di un sogno, li riaprì dopo pochi secondi.

Almeno così gli apparve.

La mattina vagò per la città senza fermarsi un attimo.  Fece visita ad ogni agenzia del lavoro, ad ogni negozio, ad ogni azienda. E così, per mesi e mesi, senza avere nessuna risposta, nessun risultato appagante. Le poche frasi che guadagnò durante i suoi innumerevoli giri avevano lo stesso timbro: ‘lei è troppo avanti con gli anni’, ‘c’è crisi, non lo sa?’, ‘non ha la giusta esperienza’, ‘le faremo sapere’.
Paolo acquistò anche un telefonino, oggetto che non aveva mai preso in considerazione negli anni in cui era stato impegnato con la sua bottega: lavorava tutto il giorno e non appena riusciva a ritagliarsi  un minuto per sé preferiva dedicarsi ad altro. Ma ora, quella scatolina che non aveva mai destato in lui alcuna attenzione, poteva essere la porta d’accesso per un eventuale offerta di lavoro. A qualunque ora e in qualunque posto si trovasse, Paolo poteva essere raggiunto. E ne osservava sempre lo schermo, quasi ossessivamente, prima o poi doveva illuminarsi.

Paolo lasciò ovunque il suo curriculum. Curriculum scarso – pensava – per un uomo che aveva fatto di un mestiere , e di uno soltanto,  ragione di vita. Lo consegnò comunque – meglio non lasciare niente di intentato – trovando però ingiusto che fosse scritto con inchiostro e non con sangue e fatica: si può riassumere la vita di una persona in poche righe?
Nonostante tutto continuò, senza che il telefonino richiamasse mai la sua attenzione.

E questo per anni, fino a che la ricerca di lavoro di Paolo, sembrò diventare essa stessa un lavoro vero e proprio. I rifiuti furono così numerosi che Paolo si convinse di essere inadatto non solo a lavorare, ma anche a vivere.

Cercò di non scoraggiarsi, ma la fatica e il tempo non stettero al passo della sua volontà, così, un giorno, privo ormai delle sue forze, decise di farla finita.
Senza un lavoro, senza un guadagno, senza neanche l’illusione di essere utile a qualcuno come a sé stesso, non riusciva a trovare spiragli per una vita degna di essere vissuta.  Paolo aveva quasi cinquan’anni, e per più della metà della sua vita aveva lavorato. Aveva consacrato un’esistenza intera al suo mestiere, tanto da non riuscire a sognare altro che il suo legno, i suoi strumenti, le sue librerie intagliate.

Ed ora?

Accontentarsi di un mare torbido su cui galleggiare non faceva parte della sua natura, e pur immaginando un fondo non tanto profondo su cui potersi depositare con ancora un minimo di fiato per decidere, senza costrizioni naturali, il momento adatto in cui esalare l’ultimo respiro, non riusciva a sentirsi appagato.
Pulì la casa, riassettò il letto, mise in ordine i libri fuori posto, e diede un’occhiata al suo telefonino: niente. Poi andò in cantina, sistemò i suoi attrezzi sul banco da  lavoro in ordine decrescente, e, trovata una vecchia corda nascosta dietro un baule, guardò in alto per trovare una trave adatta verso cui lanciarla e appendersi. La osservò per bene: era portante, lo avrebbe retto.

Afferrò uno sgabellino, ci salì su,  e si annodò al collo il cappio. Alzò gli occhi al cielo e ‘Dio mio – iniziò a pregare – perdonami’.
Solo allora, guardando in alto, si rese conto che l’asse di legno da cui pendeva la corda era lesionata, e l’ultima immagine della realtà che stava per lasciare non poteva essere un difetto del legno. Lui, falegname, doveva fare qualcosa.
Allentò il morso della corda deciso a riparare quel difetto, scese dallo sgabello e afferrò l’attrezzo che gli sarebbe servito. Ma in quel momento, tra lui e l’asse, si insinuò il telefonino che era poggiato non molto lontano da lì: continuava a rimanere buio e muto.

Valeva la pena mettersi all’opera? A chi sarebbe servita, ora, quella riparazione? Forse a lui, per riconoscersi, ma poi? Da domani non sarebbe tornato tutto uguale? Aspettare, sperare, aspettare, sperare: non aveva senso, non più almeno.

Fu l’alba dell’ennesima morte interiore.

Guardò il telefonino per un’ ultima volta: nulla.
L’ultimo scampolo di dignità diede la forza a Paolo per risalire sul trespolo. Strinse bene la corda e trattenne il fiato.
Poi giù, ad occhi chiusi.

In quell’attimo, mentre il collo si staccava dal tronco, ed il cuore rintoccava lungo ogni fessura di legno della cantina, lo schermo del telefonino si illuminò d’improvviso.
L’eco di una suoneria.

 Il sussulto estremo del suo corpo stremato coincise con la chiamata persa.

M.Scalzi, 2013

letteratura · poesia

Maschere

maschere

Le maschere,
nascoste dalla pelle,
sciolgono il volto
fino a sparire.

[Ricordi ieri?

Fratturano le ossa
e si adattano
all’Idea più nascosta
che si ha di sé

[bastava una mano.

Ma dietro le ossa,
ci sono altre ossa,
e dietro,
altre ancora:
impalcature impalpabili in divenire.

[Dove hai nascosto,  ora, i tuoi giochi?

Le Icone
nascondono le crepe
e le riempiono
di Senso.

Altro.
Non Tuo.

[Prova ad aprire il pugno.